<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?>
<?xml-model href="http://www.tei-c.org/release/xml/tei/custom/schema/relaxng/tei_all.rng" type="application/xml" schematypens="http://relaxng.org/ns/structure/1.0"?>
<?xml-model href="http://www.tei-c.org/release/xml/tei/custom/schema/relaxng/tei_all.rng" type="application/xml"
	schematypens="http://purl.oclc.org/dsdl/schematron"?>
<TEI xmlns="http://www.tei-c.org/ns/1.0">
   <teiHeader>
      <fileDesc>
         <titleStmt>
            <title>I Malavoglia, annotazione di alcune questioni critico-bibliografiche, filologiche e lessicografiche del CAPITOLO IV </title>
            <author>Giovanni Verga</author>
            <respStmt>
               <resp>Codifica a cura di</resp>
               <name xml:id="NomeCognome1">[Flavia Burgio]</name>
               <name xml:id="NomeCognome2">[Laura Lella]</name>
            </respStmt>
            <respStmt>
               <resp>Il modello di codifica, sviluppato dall'équipe del progetto PNRR Next-Generation EU «Verismo digitale», è condiviso, per le parti oggetto di prova in itinere, all'interno del Corso di Modelli di scrittura e lettura del testo digitale (AA 2025-26), a cura di </resp>
               <name xml:id="LiborioPBarbarino">Liborio Barbarino</name>
            </respStmt>
         </titleStmt>
         <editionStmt>
            <edition>Prima versione <date>Dicembre 2025</date></edition>
         </editionStmt>
         <publicationStmt>
            <authority>Università di Catania</authority>
            <availability status="free">
               <p>File realizzato a scopo didattico, e non destinato alla pubblicazione, all'interno del Corso di Laurea Magistrale in Scienze del testo per le professioni digitali</p>
            </availability>
         </publicationStmt>
         <sourceDesc>
            <bibl>
               <title level="m">I Malavoglia</title>
               <author>Giovanni Verga</author>
               <editor>Edizione critica a cura di Ferruccio Cecco</editor>
               <publisher>Fondazione Verga – Interlinea</publisher>
               <pubPlace>Catania – Novara</pubPlace>
               <date when="1900">2015</date>
            </bibl>
         </sourceDesc>
      </fileDesc>
      <encodingDesc>
         <projectDesc>
            <p>L'insegnamento di Modelli di scrittura e lettura del testo digitale è tenuto presso l'Università di Catania, all'interno del corso di Laurea Magistrale in Scienze del testo per le professioni digitali (LM-43). Il lavoro è pensato per stimolare nei discenti competenze ermeneutiche nella lettura dei testi, insieme alla comprensione e alla pratica del testo digitale. Nell'individuazione di elementi lessicalmente e semanticamente rilevanti dell'opera proposta, in ordine alla comprensione, all’analisi e alla riscrittura/ri-mediazione di questa, e nel saper interpretare criticamente gli stessi testi sulla base dei dati raccolti, si persegue l'applicazione di conoscenze e capacità, l'autonomia di giudizio, l'abilità di comunicazione. L'annotazione dell'opera riguarda la comprensione del testo come accadere storico, e dunque la ricostruzione di alcune questioni critiche filologiche o lessicografiche rilevanti, attraverso l'utilizzo di edizioni commentate, studi ed eventualmente strumenti di analisi quantitativa, presenti in rete o forniti agli studenti in forma digitalizzata.</p>
         </projectDesc>
         <editorialDecl> 
            <p>Il testo dei Malavoglia è conforme a quello dell'edizione critica.</p>
            <normalization> 
               <p>Sono state normalizzate le è secondo l'uso comune in parole come "perché, giacché".</p>
            </normalization>
            <quotation marks="all"> 
               <p>Tutte le virgolette doppie sono rese con ", tutte le virgolette singole con l'apostrofo.</p>
            </quotation>
            <hyphenation eol="all">
               <p>Le parole sillabate che compaiono alla fine della riga nella princeps sono state normalizzate.</p>
            </hyphenation>
         </editorialDecl>
         <tagsDecl partial="true">
            <namespace name="http://www.tei-c.org/ns/1.0">
               <tagUsage gi="div">Usato per dividere le unità testuali presenti nel medesimo testo.</tagUsage>
               <tagUsage gi="head">Il tag head è stato utilizzato per codificare il titolo presente nel medesimo testo.</tagUsage>
               <tagUsage gi="ptr">Il tag ptr è stato utilizzato per codificare un rimando a un'altra posizione nel back</tagUsage>
               <tagUsage gi="list">IL tag list è stato utilizzato per codificare le liste presenti nel back del documento.</tagUsage>
               <tagUsage gi="item">Il tag item è stato utilizzato per codificare ciascun componenti delle liste.</tagUsage>
               <tagUsage gi="ref">Il tag ref definisce un riferimento a una risorsa, presente in rete oppure allegata.</tagUsage>
               <tagUsage gi="label">Il tag label è stato utilizzato per codificare i titoli nelle liste.</tagUsage>
               <tagUsage gi="note">Il tag note contiene note o annotazioni.</tagUsage>
               <tagUsage gi="bibl">Il tag bibl contiene una citazione bibliografica strutturata nella forma (Autore o Curatore, Anno).</tagUsage>
            </namespace>
         </tagsDecl>
      </encodingDesc>
      <profileDesc>
         <creation>
            <date>Dicembre 2025</date>
            <placeName>Catania</placeName>
         </creation>
         <langUsage>
            <language ident="Ita">Italiano</language>
         </langUsage>
      </profileDesc>
      <revisionDesc>
         <change when="2025-12" resp="#NomeCognome">Inserimento del brano dell'opera (capitolo <!-- inserire numero capitolo -->) e prima bozza a cura di [NOME].</change>
         <change when="2026-01" resp="#NomeCognome">Codifica di …</change> <!-- completare -->
         <change when="2024-04" resp="#NomeCognome">Revisione del documento.</change>
      </revisionDesc>
   </teiHeader>
   <text>
      <body>
         <div type="chapter" n="NumeroCapitolo">
            <head n="NCap">[NUMERO ROMANO]</head>
            <p xml:id="MA_0002120" n="nCap.nPar">IV</p>
            <p xml:id="MA_0002130" n="nCap.nPar">Il peggio era che i lupini li avevano presi a credenza, e lo zio Crocifisso<ptr type="bibl" target="#N_MA_biblZioCrocifisso"/> non si contentava di «buone parole e mele fradicie», per questo lo chiamavano Campana di legno, perché non ci sentiva di quell'orecchio, quando lo volevano pagare con delle chiacchiere, e' diceva che «alla credenza ci si pensa». Egli era un buon diavolaccio, e viveva imprestando agli amici, non faceva altro mestiere, che per questo stava in piazza tutto il giorno, colle mani nelle tasche, o addossato al muro della chiesa, con quel giubbone tutto lacero che non gli avreste dato un baiocco; ma aveva denari sin che ne volevano, e se qualcheduno andava a chiedergli dodici tarì glieli prestava subito, col pegno, perché «chi fa credenza senza pegno, perde l'amico, la roba e l'ingegno» a patto di averli restituiti la domenica, d'argento e con le colonne, che ci era un carlino dippiù, com'era giusto, perché «coll'interesse non c'è amicizia». Comprava anche la pesca tutta in una volta, con ribasso, e quando il povero diavolo che l'aveva fatta aveva bisogno subito di denari, ma dovevano pesargliela colle sue bilancie, le quali erano false come Giuda, dicevano quelli che non erano mai contenti, ed hanno un braccio lungo e l'altro corto, come San Francesco; e anticipava anche la spesa per la ciurma, se volevano, e prendeva soltanto il denaro anticipato, e un rotolo di pane a testa, e mezzo quartuccio di vino, e non voleva altro, ché era cristiano e di quel che faceva in questo mondo avrebbe dovuto dar conto a Dio. Insomma era la provvidenza per quelli che erano in angustie, e aveva anche inventato cento modi di render servigio al prossimo, e senza essere uomo di mare aveva barche, e attrezzi, e ogni cosa, per quelli che non ne avevano, e li prestava, contentandosi di prendere un terzo della pesca, più la parte della barca, che contava come un uomo della ciurma, e quella degli attrezzi, se volevano prestati anche gli attrezzi, e finiva che la barca si mangiava tutto il guadagno, tanto che la chiamavano la barca del diavolo - e quando gli dicevano perché non ci andasse lui a rischiare la pelle come tutti gli altri, che si pappava il meglio della pesca senza pericolo, rispondeva: - Bravo! e se in mare mi capita una disgrazia, Dio liberi, che ci lascio le ossa, chi me li fa gli affari miei? - Egli badava agli affari suoi, ed avrebbe prestato anche la camicia; ma poi voleva esser pagato, senza tanti cristi; ed era inutile stargli a contare ragioni, perché era sordo, e per di più era scarso di cervello, e non sapeva dir altro che «Quel che è di patto non è d'inganno», oppure «Al giorno che promise si conosce il buon pagatore».</p>
               <p xml:id="MA_0002140" n="nCap.nPar">Ora i suoi nemici gli ridevano sotto il naso, a motivo di quei lupini che se l'era mangiati il diavolo; e gli toccava anche recitare il deprofundis per l'anima di Bastianazzo, quando si facevano le esequie, insieme cogli altri confratelli della Buona Morte, colla testa nel sacco.</p>
               <p xml:id="MA_0002150" n="nCap.nPar">I vetri della chiesetta scintillavano, e il mare era liscio e lucente, talché non pareva più quello che gli aveva rubato il marito alla Longa; perciò i confratelli avevano fretta di spicciarsi, e di andarsene ognuno pei propri affari, ora che il tempo s'era rimesso al buono.</p>
               <p xml:id="MA_0002160" n="nCap.nPar">Stavolta i Malavoglia erano là<ptr type="bibl" target="#N_MA_biblCoroPopolare"/>, seduti sulle calcagna, davanti al cataletto, e lavavano il pavimento dal gran piangere, come se il morto fosse davvero fra quelle quattro tavole, coi suoi lupini al collo, che lo zio Crocifisso gli aveva dati a credenza, perché aveva sempre conosciuto padron 'Ntoni per galantuomo; ma se volevano truffargli la sua roba, col pretesto che Bastianazzo s'era annegato, la truffavano a Cristo, com'è vero Dio! ché quello era un credito sacrosanto come l'ostia consacrata, e quelle cinquecento lire ei l'appendeva ai piedi di Gesù crocifisso; ma santo diavolone! padron 'Ntoni sarebbe andato in galera! La legge c'era anche a Trezza!</p>
               <p xml:id="MA_0002170" n="nCap.nPar">Intanto don Giammaria buttava in fretta quattro colpi d'aspersorio sul cataletto, e mastro Cirino cominciava ad andare attorno per spegnere i lumi colla canna. I confratelli si affrettavano a scavalcare i banchi colle braccia in aria, per cavarsi il cappuccio, e lo zio Crocifisso andò a dare una presa di tabacco bacco a padron 'Ntoni, per fargli animo, che infine quando uno è galantuomo lascia buon nome e si guadagna il paradiso, - questo aveva detto a coloro che gli domandavano dei suoi lupini: - Coi Malavoglia sto tranquillo perché son galantuomini e non vorranno lasciar compare Bastianazzo a casa del diavolo; padron 'Ntoni poteva vedere coi suoi propri occhi se si erano fatte le cose senza risparmio, in onore del morto; e tanto costava la messa, tanto i ceri, e tanto il mortorio - ei faceva il conto sulle grosse dita ficcate nei guanti di cotone, e i ragazzi guardavano a bocca aperta tutte quelle cose che costavano caro, ed erano lì pel babbo: il cataletto, i ceri, i fiori di carta; e la bambina, vedendo la luminaria, e udendo suonar l'organo, si mise a galloriare.</p>
               <p xml:id="MA_0002180" n="nCap.nPar">La casa del nespolo era piena di gente; e il proverbio dice: «triste quella casa dove ci è la visita pel marito!»<ptr type="philol" target="#N_MA_philol_VisitapelMarito"/> Ognuno che passava, al vedere sull'uscio quei piccoli Malavoglia col viso sudicio e le mani nelle tasche, scrollava il capo e diceva:</p>
               <p xml:id="MA_0002190" n="nCap.nPar">- Povera comare Maruzza! ora cominciano i guai per la sua casa!</p>
               <p xml:id="MA_0002200" n="nCap.nPar">Gli amici portavano qualche cosa, com'è l'uso, pasta, ova, vino, e ogni ben di Dio, che ci avrebbe voluto il cuor contento per mangiarsi tutto, e perfino compar Alfio Mosca era venuto con una gallina per mano. - Prendete queste qua, gnà Mena, diceva, che avrei voluto trovarmici io al posto di vostro padre, vi giuro. Almeno non avrei fatto danno a nessuno, e nessuno avrebbe pianto.</p>
               <p xml:id="MA_0002210" n="nCap.nPar">La Mena, appoggiata alla porta della cucina, colla faccia nel grembiule, si sentiva il cuore che gli sbatteva e gli voleva scappare dal petto, come quelle povere bestie che teneva in mano. La dote di Sant'Agata se n'era andata colla Provvidenza, e quelli che erano a visita nella casa del nespolo, pensavano che lo zio Crocifisso ci avrebbe messo le unghie addosso.</p>
               <p xml:id="MA_0002220" n="nCap.nPar">Alcuni se ne stavano appollaiati sulle scranne, e ripartivano senza aver aperto bocca, da veri baccalà che erano; ma chi sapeva dir quattro parole, cercava di tenere uno scampolo di conversazione, per scacciare la malinconia, e distrarre un po' quei poveri Malavoglia i quali piangevano da due giorni come fontane. Compare Cipolla raccontava che sulle acciughe c'era un aumento di due tarì per barile, questo poteva interessargli a padron 'Ntoni, se ci aveva ancora delle acciughe da vendere; lui a buon conto se n'era riserbati un centinaio di barili; e parlavano pure di compare Bastianazzo, buon'anima, che nessuno se lo sarebbe aspettato, un uomo nel fiore dell'età, e che crepava di salute, poveretto!</p>
               <p xml:id="MA_0002230" n="nCap.nPar">C'era pure il sindaco, mastro Croce Callà «Baco da seta» detto anche Giufà, <ptr type="bibl" target="#N_MA_bibl_BacodaSeta"/> col segretario don Silvestro, e se ne stava col naso in aria, talché la gente diceva che stava a fiutare il vento per sapere da che parte voltarsi, e guardava ora questo ed ora quello che parlava, come se cercasse la foglia davvero, e volesse mangiarsi le parole, e quando vedeva ridere il segretario, rideva anche lui.</p>
               <p xml:id="MA_0002240" n="nCap.nPar">Don Silvestro per far ridere un po' tirò il discorso sulla tassa di successione di compar Bastianazzo, e ci ficcò così una barzelletta che aveva raccolta dal suo avvocato, e gli era piaciuta tanto, quando gliel'avevano spiegata bene, che non mancava di farla cascare nel discorso ogniqualvolta si trovava a visita da morto.</p>
               <p xml:id="MA_0002250" n="nCap.nPar">- Almeno avete il piacere di essere parenti di Vittorio Emanuele, giacché dovete dar la sua parte anche a lui!</p>
               <p xml:id="MA_0002260" n="nCap.nPar">E tutti si tenevano la pancia dalle risate, ché il proverbio dice «Né visita di morto senza riso, né sposalizio senza pianto».</p>
               <p xml:id="MA_0002270" n="nCap.nPar">La moglie dello speziale torceva il muso a quegli schiamazzi, e stava coi guanti sulla pancia, e la faccia lunga, come si usa in città per quelle circostanze, che solo a guardarla la gente ammutoliva, quasi ci fosse il morto lì davanti, e per questo la chiamavano la Signora.</p>
               <p xml:id="MA_0002280" n="nCap.nPar">Don Silvestro faceva il gallo colle donne, e si muoveva ogni momento col pretesto di offrire le scranne ai nuovi arrivati, per far scricchiolare le sue scarpe verniciate. - Li dovrebbero abbruciare, tutti quelli delle tasse! brontolava comare Zuppidda, gialla come se avesse mangiato dei limoni, e glielo diceva in faccia a don Silvestro, quasi ei fosse quello delle tasse. - Ella lo sapeva benissimo quello che volevano certi mangiacarte che non avevano calze sotto gli stivali inverniciati, e cercavano di ficcarsi in casa della gente per papparsi la dote e la figliuola: «Bella, non voglio te, voglio i tuoi soldi». Per questo aveva lasciata a casa sua figlia Barbara. - Quelle facce lì non mi piacciono.</p>
               <p xml:id="MA_0002290" n="nCap.nPar">- A chi lo dite! esclamò padron Cipolla; a me mi scorticano vivo come San Bartolomeo.</p>
               <p xml:id="MA_0002300" n="nCap.nPar">- Benedetto Dio! esclamò mastro Turi Zuppiddo, minacciando col pugno che pareva la malabestia del suo mestiere. Va a finire brutta, va a finire, con questi italiani!</p>
               <p xml:id="MA_0002310" n="nCap.nPar">- Voi state zitto! gli diede sulla voce comare Venera, ché non sapete nulla.</p>
               <p xml:id="MA_0002320" n="nCap.nPar">- Io dico quel che hai detto tu, che ci levano la camicia di dosso, ci levano! borbottò compare Turi, mogio mogio.</p>
               <p xml:id="MA_0002330" n="nCap.nPar">Allora Piedipapera, per tagliar corto, disse piano a padron Cipolla: - Dovreste pigliarvela voi, comare Barbara, per consolarvi; così la mamma e la figliuola non si darebbero più l'anima al diavolo.</p>
               <p xml:id="MA_0002340" n="nCap.nPar">- È una vera porcheria! esclamava donna Rosolina, la sorella del curato, rossa come un tacchino, e facendosi vento col fazzoletto; e se la prendeva con Garibaldi che metteva le tasse, e al giorno d'oggi non si poteva più vivere, e nessuno si maritava più. - O a donna Rosolina cosa gliene importa oramai? susurrava Piedipapera. Donna Rosolina intanto raccontava a don Silvestro le grosse faccende che ci aveva per le mani: dieci canne di ordito sul telaio, i legumi da seccare per l'inverno, la conserva dei pomidoro da fare, che lei ci aveva un segreto tutto suo per avere la conserva dei pomidoro fresca tutto l'inverno. - Una casa senza donna non poteva andare; ma la donna bisognava che avesse il giudizio nelle mani, come s'intendeva lei; e non fosse di quelle fraschette che pensano a lisciarsi e nient'altro, «coi capelli lunghi e il cervello corto», ché allora un povero marito se ne va sott'acqua come compare Bastianazzo, buon'anima. - Beato lui! sospirava la Santuzza, è morto in un giorno segnalato, la vigilia dei Dolori di Maria Vergine, e prega lassù per noi peccatori, fra gli angeli e i santi del paradiso. «A chi vuol bene Dio manda pene». Egli era un bravo uomo, di quelli che badano ai fatti loro, e non a dir male di questo e di quello, e peccare contro il prossimo, come tanti ce ne sono.</p>
            <p xml:id="MA_0002350" n="nCap.nPar">Maruzza allora, seduta ai piedi del letto, pallida e disfatta come un cenccio messo al bucato, che pareva la Madonna Addolorata, si metteva a piangere più forte, col viso nel guanciale, e padron 'Ntoni, piegato in due, più vecchio di cent'anni, la guardava, e la guardava, scrollando il capo, e non sapeva che dire, per quella grossa spina di Bastianazzo che ci aveva in cuore, come se lo rosicasse un pescecane.<ptr type="philol" target="#N_MA_philol_SpinainCuore"/> </p>
               <p xml:id="MA_0002360" n="nCap.nPar">- La Santuzza ci ha il miele in bocca! osservava comare Grazia Piedipapera.</p>
               <p xml:id="MA_0002370" n="nCap.nPar">- Per fare l'ostessa, rispose la Zuppidda, e' s'ha ad essere così. «Chi non sa l'arte chiuda bottega, e chi non sa nuotare che si anneghi».</p>
               <p xml:id="MA_0002380" n="nCap.nPar">La Zuppidda ne aveva le tasche piene di quel fare melato della Santuzza, che persino la Signora si voltava a discorrere con lei, colla bocca stretta, senza badare agli altri, con que' guanti che pareva avesse paura di sporcarsi le mani, e stava col naso arricciato, come se tutte le altre puzzassero peggio delle sardelle, mentre chi puzzava davvero era la Santuzza, di vino e di tante altre porcherie, con tutto l'abitino color pulce che aveva indosso, e la medaglia di Figlia di Maria sul petto prepotente, che non voleva starci. Già se la intendevano fra di loro perché l'arte è parentela, e facevano denari allo stesso modo, gabbando il prossimo, e vendendo l'acqua sporca a peso d'oro, e se ne infischiavano delle tasse coloro!</p>
               <p xml:id="MA_0002390" n="nCap.nPar">- Metteranno pure la tassa sul sale! aggiunse compare Mangiacarrubbe. L'ha detto lo speziale che è stampato nel giornale. Allora di acciughe salate non se ne faranno più, e le barche potremo bruciarle nel focolare.</p>
               <p xml:id="MA_0002400" n="nCap.nPar">Mastro Turi il calafato stava per levare il pugno e incominciare: - Benedetto Dio! -; ma guardò sua moglie e si tacque mangiandosi fra i denti quel che voleva dire.</p>
               <p xml:id="MA_0002410" n="nCap.nPar">- Colla malannata che si prepara, aggiunse padron Cipolla, che non pioveva da Santa Chiara, e se non fosse stato per l'ultimo temporale in cui si è persa la Provvidenza, che è stata una vera grazia di Dio, la fame quest'inverno si sarebbe tagliata col coltello!</p>
               <p xml:id="MA_0002420" n="nCap.nPar">Ognuno raccontava i suoi guai<ptr type="bibl" target="#N_MA_bibl_OgnunoGuai"/>, anche per conforto dei Malavoglia, che non erano poi i soli ad averne. «Il mondo è pieno di guai, chi ne ha pochi e chi ne ha assai», e quelli che stavano fuori nel cortile guardavano il cielo, perché un'altra pioggerella ci sarebbe voluta come il pane. Padron Cipolla lo sapeva lui perché non pioveva più come prima. - Non piove più perché hanno messo quel maledetto filo del telegrafo, <ptr type="bibl" target="#N_MA_bibl_OpposizionealProgresso"/> che si tira tutta la pioggia, e se la porta via. - Compare Mangiacarrubbe allora, e Tino Piedipapera rimasero a bocca aperta, perché giusto sulla strada di Trezza c'erano i pali del telegrafo; ma siccome don Silvestro cominciava a ridere, e a fare ah! ah! ah! come una gallina, padron Cipolla si alzò dal muricciuolo infuriato, e se la prese con gli ignoranti, che avevano le orecchie lunghe come gli asini. - Che non lo sapevano che il telegrafo portava le notizie da un luogo all'altro; questo succedeva perché dentro il filo ci era un certo succo come nel tralcio della vite, e allo stesso modo si tirava la pioggia dalle nuvole, e se la portava lontano, dove ce n'era più di bisogno; potevano andare a domandarlo allo speziale che l'aveva detta; e per questo ci avevano messa la legge che chi rompe il filo del telegrafo va in prigione. Allora anche don Silvestro non seppe più che dire, e si mise la lingua in tasca.</p>
               <p xml:id="MA_0002430" n="nCap.nPar">- Santi del Paradiso! si avrebbero a tagliarli tutti quei pali del telegrafo, e buttarli nel fuoco! incominciò compare Zuppiddo, ma nessuno gli dava retta, e guardavano nell'orto, per mutar discorso.</p>
               <p xml:id="MA_0002440" n="nCap.nPar">- Un bel pezzo di terra! diceva compare Mangiacarrubbe; quando è ben coltivato dà la minestra per tutto l'anno.</p>
               <p xml:id="MA_0002450" n="nCap.nPar">La casa dei Malavoglia era sempre stata una delle prime a Trezza; ma adesso colla morte di Bastianazzo, e 'Ntoni soldato, e Mena da maritare, e tutti quei mangiapane pei piedi, era una casa che faceva acqua da tutte le parti.</p>
               <p xml:id="MA_0002460" n="nCap.nPar">Infine cosa poteva valere la casa? Ognuno allungava il collo sul muro dell'orto, e ci dava una occhiata, per stimarla così a colpo. Don Silvestro sapeva meglio di ogni altro come andassero le cose, perché le carte le aveva lui, alla segreteria di Aci-Castello.</p>
               <p xml:id="MA_0002470" n="nCap.nPar">- Volete scommettere dodici tarì che non è tutt'oro quello che luccica, andava dicendo; e mostrava ad ognuno il pezzo da cinque lire nuovo.</p>
               <p xml:id="MA_0002480" n="nCap.nPar">Ei sapeva che sulla casa c'era un censo di cinque tarì all'anno. Allora si misero a fare il conto sulle dita di quel che avrebbe potuto vendersi la casa, coll'orto, e tutto.</p>
               <p xml:id="MA_0002490" n="nCap.nPar">- Né la casa né la barca si possono vendere perché ci è su la dote di Maruzza, diceva qualchedun altro, e la gente si scaldava tanto che potevano udirli dalla camera dove stavano a piangere il morto. - Sicuro! lasciò andare alfine don Silvestro come una bomba; c'è l'ipoteca dotale.</p>
               <p xml:id="MA_0002500" n="nCap.nPar">Padron Cipolla, il quale aveva scambiato qualche parola con padron 'Ntoni per maritare Mena con suo figlio Brasi, scrollava il capo e non diceva altro.</p>
               <p xml:id="MA_0002510" n="nCap.nPar">- Allora, aggiunse compare Turi, il vero disgraziato è lo zio Crocifisso che ci perde il credito dei suoi lupini.</p>
               <p xml:id="MA_0002520" n="nCap.nPar">Tutti si voltarono verso campana di legno il quale era venuto anche lui, per politica, e stava zitto, in un cantuccio, a veder quello che dicevano, colla bocca aperta e il naso in aria, che sembrava stesse contando quante tegole e quanti travicelli c'erano sul tetto, e volesse stimare la casa. I più curiosi allungavano il collo dall'uscio, e si ammiccavano l'un l'altro per mostrarselo a vicenda. - E' pare l'usciere che fa il pignoramento! sghignazzavano. Le comari che sapevano delle chiacchiere fra padron 'Ntoni e compare cipolla, dicevano che adesso bisognava farle passare la doglia, a comare Maruzza, e conchiudere quel matrimonio della Mena. Ma la Longa in quel momento ci aveva altro pel capo, poveretta.</p>
               <p xml:id="MA_0002530" n="nCap.nPar">Padron cipolla voltò le spalle freddo freddo, senza dir nulla; e dopo che tutti se ne furono andati, i Malavoglia rimasero soli nel cortile.<ptr type="bibl" target="#N_MA_bibl_MalavoglianelCortile"/> - Ora, disse padron 'Ntoni, siamo rovinati, ed è meglio per Bastianazzo che non ne sa nulla.</p>
               <p xml:id="MA_0002540" n="nCap.nPar">A quelle parole, prima Maruzza, e poi tutti gli altri tornarono a piangere di nuovo,<ptr type="bibl" target="#N_Ma_bibl_ilDoloredeiMalavoglia"/> e i ragazzi, vedendo piangere i grandi, si misero a piangere anche loro, sebbene il babbo fosse morto da tre giorni. Il vecchio andava di qua e di là, senza sapere che facesse; Maruzza invece non si muoveva dai piedi del letto, quasi non avesse più nulla da fare. Quando diceva qualche parola, ripeteva sempre, cogli occhi fissi, e pareva che non ci avesse altro in testa: - Ora non ho più niente da fare!</p>
            <p xml:id="MA_0002550" n="nCap.nPar">- No! rispose padron 'Ntoni, no! ché bisogna pagare il debito allo zio Crocifisso, e non si deve dire di noi che «il galantuomo come impoverisce diventa birbante».<ptr type="philol" target="N_MA_philol_GalanutuomoImpoverisce"/> </p>
               <p xml:id="MA_0002560" n="nCap.nPar">E il pensiero dei lupini gli ficcava più dentro nel cuore la spina di Bastianazzo. Il nespolo lasciava cadere le foglie vizze, e il vento le spingeva di qua e di là pel cortile.</p>
               <p xml:id="MA_0002570" n="nCap.nPar">- Egli è andato perché ce l'ho mandato io, ripeteva padron 'Ntoni, come il vento porta quelle foglie di qua e di là, e se gli avessi detto di buttarsi dal fariglione con una pietra al collo, l'avrebbe fatto senza dir nulla. Almeno è morto che la casa e il nespolo sino all'ultima foglia erano ancora suoi; ed io che son vecchio sono ancora qua. «Uomo povero ha i giorni lunghi».</p>
               <p xml:id="MA_0002580" n="nCap.nPar">Maruzza non diceva nulla, ma nella testa ci aveva un pensiero fisso, che la martellava, e le rosicava il cuore, di sapere cos'era successo in quella notte, che l'aveva sempre dinanzi agli occhi, e se li chiudeva le sembrava di vedere ancora la Provvidenza, là verso il capo dei Mulini, dove il mare era liscio e turchino, e seminato di barche, che sembravano tanti gabbiani al sole, e si potevano contare ad una ad una, quella dello zio crocifisso, l'altra di compare Barabba, la Concetta dello zio Cola, e la paranza di padron Fortunato, che stringevano il cuore; e si udiva mastro Turi Zuppiddo il quale cantava a squarciagola, con quei suoi polmoni di bue, mentre picchiava colla malabestia, e l'odore del catrame che veniva dal greto, e la tela che batteva la cugina Anna sulle pietre del lavatoio, e si udiva pure Mena a piangere cheta cheta in cucina.</p>
               <p xml:id="MA_0002590" n="nCap.nPar">- Poveretta! mormorava il nonno, anche a te è crollata la casa sul capo, e compare Fortunato se ne è andato freddo freddo, senza dir nulla.</p>
               <p xml:id="MA_0002600" n="nCap.nPar">E andava toccando ad uno ad uno gli arnesi che erano in mucchio in un cantuccio, colle mani tremanti, come fanno i vecchi; e vedendo Luca lì davanti, che gli avevano messo il giubbone del babbo, e gli arrivava alle calcagna, gli diceva: - Questo ti terrà caldo, quando verrai a lavorare; perché adesso bisogna aiutarci tutti per pagare il debito dei lupini.</p>
               <p xml:id="MA_0002610" n="nCap.nPar">Maruzza si tappava le orecchie colle mani per non sentire la Locca che si era appollaiata sul ballatoio, dietro l'uscio, e strillava dalla mattina, con quella voce fessa di pazza, e pretendeva che le restituissero loro il suo figliuolo, e non voleva sentir ragione.</p>
               <p xml:id="MA_0002620" n="nCap.nPar">- Fa così perché ha fame, disse infine la cugina Anna; adesso lo zio Crocifisso ce l'ha con tutti loro per quell'affare dei lupini, e non vuol darle più nulla. Ora vo a portarle qualche cosa, e allora se ne andrà.</p>
               <p xml:id="MA_0002630" n="nCap.nPar">La cugina Anna, poveretta, aveva lasciato la sua tela e le sue ragazze per venire a dare una mano a comare Maruzza, la quale era come se fosse malata, e se l'avessero lasciata sola non avrebbe pensato più ad accendere il fuoco, e a mettere la pentola, che sarebbero tutti morti di fame. «I vicini devono fare come le tegole del tetto, a darsi l'acqua l'un l'altro». Intanto quei ragazzi avevano le labbra pallide dalla fame. La Nunziata aiutava anche lei, e Alessi, col viso sudicio dal gran piangere che aveva fatto vedendo piangere la mamma, teneva a bada i piccini, perché non le stessero sempre fra i piedi, come una nidiata di pulcini, ché la Nunziata voleva averle libere le mani, lei.</p>
               <p xml:id="MA_0002640" n="nCap.nPar">- Tu sai il fatto tuo! le diceva la cugina Anna; e la tua dote ce l'hai nelle mani, quando sarai grande.</p>

     
         </div>
      </body>
      <back>
         <list type="nota_bibliografica">
            <item xml:id="N_MA_bibl_ZioCrocifisso">
               <label> Il ritratto dello zio Crocifisso</label>
               <note>
                  <p> L’ampio ritratto dello Zio Crocifisso che apre il capitolo è emblematico della narrazione corale e polifonica adottata da Verga e che caratterizza l’intero romanzo. La figura è introdotta attraverso «diverse ottiche e voci concomitanti», alternando il punto di vista dei suoi detrattori a quello «autogiustificativo» dell’usuraio (Marchese 1993:96), o ancora, come descritto da Cecco (1995:62) un «gioco di accuse da parte degli abitanti del villaggio e di autodifese». Campailla (1982:64) pone l’attenzione sulla «mescolanza e la confusione di profano e di sacro, di amore per la roba e di preoccupazione religiosa». Nell’alternarsi di prospettive la contrapposizione simbolica dei due piani è evidente nelle parole vittimistiche attraverso le quali zio Crocifisso si definisce «come Cristo in mezzo ai ladroni» o in espressioni come «era la provvidenza per quelli che erano in angustie», immediatamente controbilanciate da frasi come «ma poi voleva essere pagato, senza tanti cristi» e dai commenti dei pescatori sfruttati che lo ritraggono come una figura diabolica. La sua è infatti la «barca del diavolo» perché «si mangiava tutto il guadagno» e «si pappava il meglio della pesca», mentre le sue bilance sono «false come Giuda». Richiamando Campailla, Di Silvestro (2023:72) sottolinea l’uso del verbo pappare invece che mangiare, la cui semantica definisce l'ingordigia di chi come l'usuraio trae profitto dal lavoro altrui senza rischiare la vita in mare. 
                     Un ulteriore elemento descrittivo è dato dal soprannome attribuito allo zio, Campana di legno, che sta ad indicare il movimento di assenso della testa dell’uomo che accetta sempre di fare credito («Dimenava il capo che pareva una campana senza batacchio davvero» spiega Verga nel primo capitolo) ma anche la sua reticenza ad accettare giustificazioni per la mancata restituzione della somma («perché non ci sentiva da quell’orecchio, quando lo volevano pagare con delle chiacchiere»). A questo proposito, è interessante notare il punto di vista alternativo proposto da Campailla, che dall’immagine della campana con il battaglio di legno che non produce alcun rumore o addirittura sprovvista di battaglio, trae una implicazione di «simbolismo psicoanalitico» rappresentata dall’incapacità di «assolvere le sue funzioni». Luperini (1988:74) si spinge poi ad un più profondo livello di analisi, nella contrapposizione tra il mondo dei Malavoglia e quello di Trezza, rappresentati da padron ‘Ntoni da una parte e zio Crocifisso dall’altra, che è di tipo morale e sociale rintraccia infatti elementi dello «schema stesso dell’Inchiesta in Sicilia di Franchetti e Sonnino» che parla proprio dell’usura «la storia dei contadini siciliani è la storia dei loro debiti, provocati dall’usura, esattamente come per i Malavoglia».
                     L'analisi delle co-occorrenze relative a "zio Crocifisso" e "campana di legno" conferma l'ambivalenza del personaggio. Tra i termini emergono sia riferimenti legati alla sfera religiosa positiva (devozione, cristiano, Dio, provvidenza) sia a quella negativa (diavolo, peccato). Tuttavia, la maggior parte delle co-occorrenze rivelano la vera natura diabolica del personaggio (bestia, asino, ladro, rimminchionito, sordo, disgraziato, bugie, geloso, birbante, ricco, usuraio, furbaccio, duro come un sasso). È importante, però, considerare i limiti metodologici di questa analisi quantitativa. Il criterio adottato (individuazione delle co-occorrenze in un range di 5 parole prima e 5 dopo) rappresenta una finestra ristretta, mentre la caratterizzazione di un personaggio nell'opera si sviluppa in contesti più ampi.
                  </p>
                  <bibl> Marchese 1993 </bibl>
                  <bibl> Cecco 1995 </bibl>
                  <bibl> Campailla (Musumarra) 1982 </bibl>
                  <bibl> Di Silvestro 2023 </bibl>
                  <bibl> Luperini 1988 </bibl>
               </note>
            </item>
         </list>
         
         <list type="nota_bibliografica">
            <item xml:id="N_MA_bibl_CoroPopolare">
               <label>Il coro popolare </label>
               <note>
                  <p> Spitzer (1956:45) contrariamente alla precedente analisi del Devoto che vede nell’erlebte Rede l’elemento innovativo nella scrittura di Verga dei Malavoglia,  sostiene che il vero elemento di originalità della scrittura di Verga consista in una «filtrazione sistematica della sua narrazione» tracciando il susseguirsi degli eventi «attraverso un coro di parlanti popolari», confermando, come già espresso da Russo (1925), che il protagonista è tutto il paese, ed è quasi sempre attraverso la narrazione polifonica dei loro concittadini che vengono mostrati i Malavoglia, alla cui prospettiva si torna solo nella sequenza finale, con i membri della famiglia raccolti nel loro muto dolore. Un’analisi condivisa da Marchese, che con un richiamo alla tragedia greca, parla di una «deformazione ironica, malevole o indifferente del “coro”»(Marchese 1993: 94). Di Silvestro (2023:75) puntualizza che il narratore si mostra distaccato e «indossa i panni del coro», descrivendo al lettore i Malavoglia con toni quasi ostili («lavavano il pavimento dal gran piangere»). Verga è in questo caso un narratore che «ha scelto di raccontare gli avvenimenti come si riflettono nei cervelli e nei cuori dei suoi personaggi». La tragedia della morte di Bastianazzo si riduce così ad uno dei tanti discorsi collettivi, una delle tante sfortune comuni «Il mondo è pieno di guai, chi ne ha pochi e chi ne ha assai». È inoltre possibile notare come la narrazione corale sia evidente in diversi passaggi del romanzo, come in apertura del romanzo «Un tempo i Malavoglia erano stati numerosi come i sassi della strada vecchia di Trezza» e nell’incipit del capitolo quarto (che è anche un perfetto esempio di Ringkomposition) «Il peggio era che i lupini li avevano presi a credenza» in cui scorgiamo l’entità anonima che parla attraverso l’erlebte Rede (Spitzer 1956). </p>
                 <bibl> Spitzer 1956 </bibl>
                  <bibl> Russo 1925 </bibl>
                  <bibl> Marchese 1993 </bibl>
                  <bibl> Di Silvestro 2023 </bibl>
               </note>
            </item>
         </list>
         
         <list type="nota_filologica">
            <item xml:id="N_MA_philol_VisitapelMarito">
               <label>La visita pel marito </label>
               <note>
                  <p> In una carta dell’autore si rintraccia una versione precedente della frase, dal tono più deciso («Nella casa del nespolo c’era la visita del morto»), sostituita poi dal proverbio che si unisce ai numerosi altri che costellano il romanzo, ed inquadra inoltre la disgrazia dei Malavoglia nel più ampio ambito delle tradizioni e del costume sociale, in cui la morte di un singolo individuo diventa rito. Nella sua critica Campailla traccia una linea di collegamento che riconduce l’uso di portare doni in occasione della visita di cordoglio, cosiddetto pranzo del «cunsulu» (Luperini 1988:63) fino alla tradizione greca e alle società mediterranee in generale. (1982:70). In entrambe le versioni Verga ha scelto il corsivo per quella che Di Silvestro (2023:74) definisce una «traduzione-risemantimazzazione di visitu» che indica il lutto, come attestato dal dizionario Macaluso-Storaci, una delle fonti maggiormente consultate da Verga, insieme all’opera Usi e costumi credenze e pregiudizi del popolo siciliano di Pitrè. L’autore sceglie di omaggiare il paremiologo palermitano con un passaggio del romanzo che ricorda molto un aneddoto di Favignana («Era morto in una casa un uomo, e gli amici chi il primo, chi il secondo giorno, e chi il terzo si fecero un dovere di mandare agli addolorati congiunti, carni, polli, paste, vini ed altro. In famiglia era un fanciullo, il quale restò sorpreso che per la morte dello zio si facesse tanta festa in cucina. Passato qualche giorno, e tornando agli abituali desinari, egli non se la intese e, voltosi con grande ingenuità al babbo, disse: Quando morrà un altro zio per fare un'altra festa?») (Pitrè in Campailla 1982:70) poichè lo stesso stupore si ritrova tra i più piccoli dei Malavoglia «E i ragazzi guardavano a bocca aperta tutte quelle cose che costavano caro, ed erano lì pel babbo: il cataletto, i ceri, i fiori di carta; e la bambina, vedendo la luminaria, e udendo suonar l'organo, si mise a galloriare». </p>
                  <bibl> Di Silvestro 2023 </bibl>
                  <bibl> Luperini 1988 </bibl>
                  <bibl> Campailla (Musumarra)1982 </bibl>
               </note>
            </item>
         </list>
         
         
         <list type="nota_bibliografica">
            <item xml:id="N_MA_bibl_BacodaSeta">
               <label>Baco da seta e Giufà</label>
               <note>
                  <p> Al sindaco Mastro Croce Callà è attribuito il nomignolo Baco da seta, che secondo Luperini (1988:64) potrebbe avere origine nel modo di dire milanese «Fà el bigatt», che allude al baco che si allunga verso la foglia. Alla stessa maniera il sindaco, girandosi da una parte all’altra cerca di cogliere le parole dei presenti, una similitudine che descrive il suo opportunismo politico, «se ne stava col naso in aria, talché la gente diceva che stava a fiutare il vento per sapere da che parte voltarsi».
                     Carnazzi (1978:159) chiarisce inoltre che la similitudine è probabilmente un manzonismo, l’autore la utilizza infatti nel capitolo XXVII dei Promessi Sposi descrivendo la perplessità di don Gonzalo che riceve nuove informazioni a proposito di Renzo. A completamento della descrizione di Mastro Croce, Verga aggiunge in un secondo momento, il soprannome Giufà, che come spiega nella lettera al suo traduttore francese Eduard Rod, fa riferimento a «un personaggio immaginario e leggendario in Sicilia, e sul dirsi di una persona sciocca» (Luperini 1988:42).</p>
                  <bibl> Luperini 1988 </bibl>
                  <bibl> Carnazzi 1978 </bibl>
               </note>
            </item>
         </list>
         
        
         
         <list type="nota_filologica">
            <item xml:id="N_MA_philol_SpinainCuore">
               <label>La spina in cuore</label>
               <note>
                  <p>Quella della spina è una delle metafore più potenti utilizzate nel quarto capitolo da Verga, e tornerà più volte a raffigurare i momenti di dolore che colpiranno la famiglia Malavoglia, la cui sorte sarà segnata da una progressiva rovina, proprio a partire dalla tragica scomparsa di Bastianazzo, che darà via ad una serie di sfortunati eventi e di perdite, come anticipato simbolicamente dall nespolo che perde le sue foglie avvizzite. Nel mostrarci la sofferenza di padron ‘Ntoni il narratore non è allineato con la voce del coro, lo sguardo malevolo si solleva e Verga ci racconta il dolore del capofamiglia con metafore marinaresche, la spina che gli affligge il cuore è come il morso di un pescecane, in quella che Di Silvestro descrive come «un’immagine di concentrazione semantica straordinaria», rintracciabile nel confronto con una precedente versione del manoscritto in cui si legge «si sentiva una grossa spina in cuore, come ci avesse un pescecane che se lo mangiasse, e le lagrime lo soffocavano». Il verbo rosicare che ha prevalso nella versione finale «è legato metaforicamente all’immagine del pensiero rimordente» (Di Silvestro 2023:76)
                     Un punto di vista condiviso da Campailla (1982:78), che sostiene inoltre che «Il dolore del vecchio pater familias nasce da totale identificazione [...]perché egli più di ogni altro vive il dramma della morte del figlio che, annegato, può aver fatto davvero la fine di esser «rosicato» da un pescecane». Approfondendo la questione con un’analisi quantitativa del termine, scopriamo che «spina» compare sette volte nell'opera, l’analisi delle keywords in context permette di osservare come questa immagine sia associata a momenti di forte sofferenza o perdita per i membri della famiglia Malavoglia, spesso con una doppia valenza, come nel caso di padron ‘Ntoni, che deve sopportare la perdita affettiva ed economica. Nel settimo capitolo, la metafora dà voce alla duplice pena di Maruzza. Da un lato, il rimorso per non aver accompagnato Luca alla stazione il giorno della partenza dopo aver saputo della sua morte («...quando giunse più tardi la notizia che era morto, alla Longa le rimase quella spina che l'aveva lasciato partire colla pioggia, e non l'aveva accompagnato alla stazione»). Dall’altro, il dispiacere per l’impossibilità che il figlio partecipi alla gioia dei familiari per il riassetto della barca («[…] e sino a quel giorno si portò fitta nel cuore quell'altra spina che il suo ragazzo non assisteva alla festa che si fece quando misero di nuovo in mare la Provvidenza...»). Nel capitolo ottavo, la «spina» raffigura la sofferenza e rassegnazione a un amore impossibile, nel momento in cui Mena è costretta ad accettare la separazione da Alfio Mosca, essendo la sua dote ormai perduta («– Ora addio, concluse Mena; anch'io ci ho come una spina qui dentro…»).Infine, nel decimo capitolo l’immagine è ripresa in due occasioni. In primo luogo, per fare riferimento alle due ferite che hanno segnato il cuore di Maruzza con le perdite subite («[…] sino a quel giorno le eran rimasti come due spine dentro il petto»). In seguito, per il nuovo impulso di dolore provocato dall'infortunio di padron 'Ntoni che sovrasta temporaneamente il dolore per il lutto («[...] perché coi disgraziati succede così, che una spina scaccia l'altra, e il Signore non vuole ficcarcele tutte in una volta, perché si morirebbe di crepacuore»). L’analisi conferma inoltre, come l’associazione più frequente al personaggio di Maruzza prefiguri la sua progressiva trasformazione in una Madonna Addolorata, come sostenuto da Cecco (1995:71) e Luperini (1988:67).
                  </p>
                  <bibl> Di Silvestro 2023 </bibl>
                  <bibl> Campailla (Musumarra)1982 </bibl>
                  <bibl> Cecco 1995 </bibl>
                  <bibl> Luperini 1988 </bibl>
               </note>
            </item>
         </list>
         
         <list type="nota_bibliografica">
            <item xml:id="N_MA_bibl_OgnunoGuai">
               <label>Il cerchio egoistico</label>
               <note>
                  <p> Marchese nota come la visita del lutto metta in evidenza il «palmare cinismo» (1993: 11) della comunità rispetto al tacito dolore della famiglia Malavoglia che risulta quasi assente nella propria casa (Campailla 1982: 72-73). Rievocando le parole del Russo, Nardi sottolinea come in questa scena le pene dei Malavoglia «sono soltanto l'intermezzo di tutta una conversazione pettegola», una scelta stilistica che risponderebbe tanto alla necessità di mantenere il racconto impersonale, quanto alla visione degli uomini come chiusi nel proprio «Cerchio egoistico» (1939: 61) I visitatori appaiono distanti dal vero motivo della visita e in una lunga sequenza dialogica emergono i loro discorsi sul dolore sentimentale, la ricerca di marito, il rincaro delle acciughe e lo scontento per le nuove tasse, fino alle critiche al nuovo governo e l’avversione per le nuove invenzioni tecnologiche. (1939: 62-64,67)
                     Il dolore dei Malavoglia passa in secondo piano, sovrastato dal cinico economicismo dei visitatori, un paradosso che raggiunge un climax quando, come pignoratari, stimano il valore della casa del Nespolo e riconoscono lo Zio Crocifisso come «vero disgraziato» (Marchese 1993: 91). 
                     Il tono conviviale delle conversazioni del coro collide con il silenzio che incombe sui Malavoglia, rivelando quello che Di Silvestro indica come vero leitmotiv di questo capitolo, il «contrasto tra finzione e autenticità, tra la parola vuota che maschera una solidarietà fittizia e il silenzio di chi il dolore lo vive senza gridarlo o esibirlo».(2023: 70) Infine, Campailla coglie come in questo passaggio si riveli appieno il pessimismo verghiano secondo cui «contro gli eventi naturali avversi nulla è possibile; ma l'iniquità degli uomini ha effetti anche più perniciosi»(Campailla 1982:70).
                  </p>
                  <bibl> Marchese 1993 </bibl>
                  <bibl> Campailla (Musumarra) 1982 </bibl>
                  <bibl> Nardi 1939 </bibl>
                  <bibl> Di Silvestro 2023 </bibl>            
               </note>
            </item>
         </list>
         
         <list type="nota_bibliografica">
            <item xml:id="N_MA_bibl_OpposizionealProgresso">
               <label>Opposizione al progresso</label>
               <note>
                  <p> Luperini sottolinea come l'intervento di Turi segni il passaggio della conversazione dall’espressione del malcontento per le tasse a una protesta esplicita contro il governo, facendo emergere un sentimento diffuso nella comunità di Trezza, ovvero l’ ostilità verso l’annessione della Sicilia al nuovo stato unitario. Turi, osserva il critico, «si sente siciliano e non italiano». Allo stesso tempo, lo studioso puntualizza che la scelta di trattare questo tema attraverso un personaggio la cui opinione è «degradata sarcasticamente» dalla moglie, riveli l’intento ironico dell'autore, sostenitore dell’Unità e contrario a ogni forma di protesta sociale che potesse minacciarla. A tal proposito, riporta le parole di Torraca che ricordano come la volontà di Verga fosse quella di fornire uno «studio sociale», illustrare i meccanismi dei problemi sociali senza promuovere alcuna «tesi» politica (1988: 66, 75)
                     Di Silvestro individua un legame con la successiva discussione sui pali del telegrafo, in quanto costituirebbe «un ulteriore dimostrazione della cinica indifferenza della comunità nei confronti del progresso, demonizzato in quanto causa di danno economico per Trezza». (2023:77) A tal riguardo, Luperini e Marchese puntualizzano come dietro alle spiegazioni pseudoscientifiche della comunità non si celi alcun intento sarcastico dell’autore, bensì la volontà di rappresentare la dimensione culturale del «mondo pale-agricolo» di Trezza. Marchese nota, comunque, come l'effetto comico si crei inevitabilmente attraverso il divario culturale tra il lettore e l'universo folcloristico rappresentato. (Luperini 1988: 69) (Marchese 1993:91). </p>
                  <bibl> Luperini 1988 </bibl>
                  <bibl> Marchese 1993 </bibl>
                  <bibl> Di Silvestro 2023 </bibl>
               </note>
            </item>
         </list>
         
         <list type="nota_bibliografica">
            <item xml:id="N_MA_bibl_MalavoglianelCortile">
               <label>Assenza e ritorno in scena Malavoglia </label>
               <note>
                  <p>I Malavoglia si fanno notare per la loro assenza dalla scena per buona parte del capitolo, sebbene siano al centro delle chiacchiere e dei pettegolezzi dei conoscenti in visita alla casa del nespolo. È soltanto nella sequenza finale che Verga conduce il lettore ai protagonisti dello sfortunato evento, raccolti nel loro silenzioso dolore, fino a quel punto infatti «fa arrivare a sentire il cordoglio dei Malavoglia non attraverso l’esibizione di esso da parte dei coinvolti, né attraverso l’amplificazione sonora e teatrale delle piangenti, ma attraverso la mediazione negativa di quanti li circondano e li premono.» (Campailla 1982:73)
                     Quando la casa dei Malavoglia finalmente si svuota Verga lascia spazio alla sofferenza di Padron ‘Ntoni che prende consapevolezza dello stato di rovina in cui la famiglia è precipitata, con un’immagine dell’unità familiare che si sgretola, simboleggiata dalle foglie cadute del nespolo. L’albero «sembra assommare l’unità degli affetti e il progressivo disperdersi della famiglia, i cui membri sono divenuti fragili come le foglie» (Di Silvestro 2023:79)
                     A questo punto della narrazione Verga sembra dismettere i panni del coro popolare, come nota Di Silvestro «a differenza dell’inizio, in questo finale il pianto non è oggetto di derisione da parte del narratore». (2023:79)
                  </p>
                  <bibl> Campailla (Musumarra)1982 </bibl>
                  <bibl> Di Silvestro 2023 </bibl>
               </note>
            </item>
         </list>
         
         
         <list type="nota_bibliografica">
            <item xml:id="N_MA_bibl_ilDoloredeiMalavoglia">
               <label>Il dolore silenzioso dei Malavoglia</label>
               <note>
                  <p> Lo sguardo compassionevole di Padron ‘Ntoni rivolto a Maruzza rivela, come nota Luperini, che «nel momento del dolore ritorna la trepida solidarietà fra suocero e nuora», già manifestatasi nel primo capitolo. Sono loro i soli a vivere la malinconica rielaborazione del lutto, ciascuno secondo modalità distinte meritevoli di attenzione. (1988: 67, 73). Osservando come i personaggi esternalizzano il dolore, Di Silvestro mette in evidenza il contrasto tra il movimento frenetico di Padron ‘Ntoni e l'immobilità pietrificata di Maruzza, sublimata nella sua «ossessiva fantasticheria marina». Verga ci guida nell'esplorazione dei pensieri della Longa, una scena che ha, per lo studioso, un grande valore cinematografico, con il suo progressivo sviluppo dal vedere immaginato all’udire concreto che riporta il personaggio alla realtà. (2023: 78) Inoltre, Cecco e Luperini richiamano l’attenzione sull'immagine dell'Addolorata progressivamente associata a Maruzza, fino all'appellativo di  «madre addolorata» dopo la morte di Luca. (Cecco 1995:71)(Luperini 1988:67) 
                     Nella descrizione di Padron ‘Ntoni, invece, Di Silvestro individua l’espressione «di qua e di là» che, usata come metafora della dispersione familiare nell’ultimo capitolo («meglio che non ci fosse mai stata al mondo la casa dei Malavoglia, ora che i Malavoglia erano di qua e di là»), in questo contesto ne diventa presagio. (2023: 78) Seppur afflitto dal lutto, il patriarca rimane fedele alla sua natura. Dalle sue parole emerge la fedeltà all’etica del dovere («bisogna pagare il debito») e alla logica economica («è morto che la casa e il nespolo sino all’ultima foglia erano ancora suoi»), lasciando trasparire il nesso «proprietà-nespolo». (Luperini 1988: 71)
                     Il dolore della famiglia è muto e malinconico. Il silenzio, nota Di Silvestro, conferisce a Padron ‘Ntoni, la Longa e Mena una particolare «grandezza spirituale» (2023: 70), mentre per Luperini l’atmosfera malinconica trova origine nelle immagini autunnali e di morte evocate dalle foglie che cadono trasportate dal vento, «immagini di disfacimento e disgregazione». (1988: 71). Tuttavia, questo dolore non è isolato. Di Silvestro rileva come sia, in realtà, veicolato da un narratore partecipe e «parlato» da metafore come «l’avere una spina in cuore». (2023:78-79), mentre Marchese richiama l’attenzione sulla sincera solidarietà della cugina Anna e di Nunziata, in contrasto con il coro malevolo. (1993:93) </p>
                  <bibl> Luperini 1988 </bibl>
                  <bibl> Di Silvestro 2023 </bibl>
                  <bibl> Cecco 1995 </bibl>
                  <bibl> Marchese 1993 </bibl>
               </note>
            </item>
         </list>
         
         
         <list type="nota_filologica">
            <item xml:id="N_MA_philol_GalantuomoImpoverisce">
               <label>La morte insegna a piangere</label>
               <note>
                  <p> Di Silvestro (2023:79) segnala come il proverbio generico «La morte insegna a piangere» pronunciato da padron ‘Ntoni, presente nel manoscritto, sia stato sostituito con «il galantuomo che impoverisce diventa birbante», probabilmente ritenuto da Verga più adeguato a trasmettere «l’etica del sacrificio di cui egli è alfiere indiscusso». Nonostante il capo famiglia sia tramortito dal dolore («andava di qua e di là, senza sapere che facesse»), non vengono meno il suo orgoglio e la sua onestà. Luperini (1988:71) la definisce «l’etica del piccolo proprietario terriero, ancora legato ai valori tradizionali, che parla in lui».Il proverbio definitivo è una variante di un detto siciliano «Lu galantumu ca 'mpuvirisci, addiventa birbanti»  registrato da Giuseppe Pitrè al quale Verga fa riferimento in più occasioni. 
                     Questa sostituzione appare significativa se si considera l’elevata ricorrenza del verbo “piangere” nell'opera, già rilevata da Di Silvestro. In particolare, si contano 72 occorrenze in tutto il romanzo, di cui il 15,3% sono concentrate nel solo capitolo quattro che, insieme al capitolo undici, costituiscono i picchi di frequenza del termine, rispettivamente in coincidenza con la morte di Bastianazzo e di Maruzza.
                     Risulta ancora più rilevante come  tra i soggetti del verbo piangere non figuri mai padron 'Ntoni, mentre compaiono Maruzza, 'Ntoni, Lia, Alessi e Mena. Tale assenza conferma la scelta autoriale di caratterizzare il personaggio attraverso la logica economica e l'etica del sacrificio.
                  </p>
                  <bibl> Di Silvestro 2023</bibl>
                  <bibl> Luperini 1988 </bibl>
               </note>
            </item>
         </list>
         
       
      </back>
   </text>
</TEI>